martedì 26 maggio 2009
Cassa integrazione per 102 dipendenti in tre aziende del gruppo Flowers
Firmati questa mattina, martedì 26 maggio, in Provincia tre accordi per la Cassa integrazione straordinaria in altrettante aziende del gruppo Flowers di Montemurlo, attivo nel settore del controllo qualità tessuti. Gli accordi prevedono l’attivazione della cigs per crisi per tutto l’organico delle tre imprese, ma in questo modo l’azienda cerca di superare il difficile momento di crisi senza dichiarare esuberi e operare licenziamenti. Inoltre, sarà attuato un programma di formazione (per il quale la Provincia mette a disposizione i suoi voucher) che ha come scopo il rafforzamento delle competenze professionali delle dipendenti (quasi tutte donne) e il potenziamento dell’azienda. In qualche modo un esempio virtuoso di come trasformare la crisi in opportunità per crescere. Gli accordi riguardano la Textile Service srl per un numero massimo di 27 dipendenti, il Gruppo Tessile Flowers Controllo tessile srl per un numeo massimo di 41 dipendenti e la GTF Quality Control srl per un numero massimo di 34 lavoratori. Complessivamente si tratta dunque di 102 persone interessate da riduzione di orario e/o sospesi a zero ore. Tutte le aziende presenteranno istanza di cigs per crisi aziendale a decorrere dal 27 maggio 2009 e per la durata di 12 mesi.
-21,4 la produzione in Piemonte
Salviamo il tessile su facebook
CRISI: NEL PRIMO TRIMESTRE IN PIEMONTE PRODUZIONE - 21, 4%
Secondo l'indagine congiunturale realizzata da Unioncamere
(ANSA) - TORINO, 25 MAG - Per il Piemonte il 2009 si e' aperto con il peggior risultato degli ultimi anni: un calo di produzione nel primo trimestre del 21,4%. In linea con il dato nazionale (-21,7%). Automotive, metalmeccanica e tessile- abbigliamento sono i protagonisti della crisi del tessuto manifatturiero piemontese. Emerge dall'Indagine congiunturale sull'industria manifatturiera, realizzata da Unioncamere Piemonte in collaborazione con gli uffici studi delle Camere di commercio provinciali. (ANSA).
CRISI: NEL PRIMO TRIMESTRE IN PIEMONTE PRODUZIONE - 21, 4%
Secondo l'indagine congiunturale realizzata da Unioncamere
(ANSA) - TORINO, 25 MAG - Per il Piemonte il 2009 si e' aperto con il peggior risultato degli ultimi anni: un calo di produzione nel primo trimestre del 21,4%. In linea con il dato nazionale (-21,7%). Automotive, metalmeccanica e tessile- abbigliamento sono i protagonisti della crisi del tessuto manifatturiero piemontese. Emerge dall'Indagine congiunturale sull'industria manifatturiera, realizzata da Unioncamere Piemonte in collaborazione con gli uffici studi delle Camere di commercio provinciali. (ANSA).
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martedì 19 maggio 2009
Salviamo il tessile serata a Montemurlo
Lo Scec a Montemurlo
Progetto Scec
Un salvagente verso un’economia sostenibile a Montemurlo
Domenica 24 Maggio ore 20,30
Piazza della Libertà
MONTEMURLO
Interverrà
Paolo Tintori
Presidente Arcipelago Toscana
Massimo Signori
Imprenditore tessile
Enrico Mungai
Candidato sindaco Montemurlo a 5 stelle
ArcipelagoŠCEC è un’associazione APARTITICA e non può appoggiare questa o quella parte politica ma collabora con tutte le persone interessate al progetto. Il motivo di questo è intuibile nel fatto che la Šolidarietà non ha colore politico, è per tutti gli abitanti di una comunità di qualunque età, nazionalità, razza essi siano, nessuno escluso.
Progetto Scec
Un salvagente verso un’economia sostenibile a Montemurlo
Domenica 24 Maggio ore 20,30
Piazza della Libertà
MONTEMURLO
Interverrà
Paolo Tintori
Presidente Arcipelago Toscana
Massimo Signori
Imprenditore tessile
Enrico Mungai
Candidato sindaco Montemurlo a 5 stelle
ArcipelagoŠCEC è un’associazione APARTITICA e non può appoggiare questa o quella parte politica ma collabora con tutte le persone interessate al progetto. Il motivo di questo è intuibile nel fatto che la Šolidarietà non ha colore politico, è per tutti gli abitanti di una comunità di qualunque età, nazionalità, razza essi siano, nessuno escluso.
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lunedì 11 maggio 2009
Prodotto in Cina quindi Made in Italy
ANCHE SE PRODOTTO IN CINA RESTA MADE IN ITALY. SCONCERTANTE DECISIONE DELLA CASSAZIONE
Per la Suprema Corte è importante non il luogo di produzione ma l'identificazione del produttore. Quindi un’impresa che apponga la dicitura “Italia” e il tricolore su un manufatto realizzato in qualsiasi altro Paese non commette alcun illecito. Distrutto il lavoro di anni
di Alberto Grimelli
Le aziende italiane possono delocalizzare la produzione in Cina e altri Paesi applicando poi la dicitura “Italy” e il tricolore.
Per la Cassazione, ciò non viola la normativa della Finanziaria 2004 a tutela del “Made in Italy” perchè ciò che rileva non è il luogo di produzione del manufatto ma l'identificazione del produttore e la riconducibilità del prodotto all'azienda.
La decisione arriva in seguito al sequestro, da parte della polizia alla dogana di Napoli, di un lotto di tute, magliette e pantaloncini marcati “Italy” ma prodotti in Cina da un'impresa italiana, che secondo la polizia avrebbe così violato la normativa a tutela del prodotto nazionale.
La pronuncia della Cassazione (n. 3352/2005) ha fatto parlare di allentamento dei vincoli soprattutto per quanto riguarda la tutela dell'origine, concetto per la Suprema corte più ampio di quello di semplice provenienza che pure era stato tutelato penalmente dopo l'approvazione della Finanziaria 2004.
Vi sono poi le perplessità, espresse anche dall’Agenzia delle dogane, sul fatto che le norme puniscono anche “la fallace indicazione” di origine consistente in segni, simboli, figure che possano indurre il consumatore a ritenere che il prodotto sia di origine italiana. La norma è poco chiara perché c’è una grande varietà di situazioni concrete che comportano una analisi interpretativa dell’intenzione di spacciare per italiano un prodotto che non lo è.
Vero è che il legislatore non è perfetto, nè lo sono le leggi. Sono assolutamente migliorabili e perfezionabili.
Esatto che le norme lasciano ampi margini interpretativi, che speculatori e falsificatori hanno molte possibilità di aggirare i paletti e i vincoli posti dai regolamenti.
Uno dei compiti più rilevanti delle Autorità di controllo, come pure della magistratura, è proprio interpretare la volontà del parlamento, che, almeno in questo caso, è estremamente chiara.
Con la Finanziaria 2004 si intendeva proteggere, con un marchio di qualità, la produzione nazionale, che gode di prestigio su tutti i mercati internazionali per la cura e l’attenzione con cui è realizzata. L’Italia non è solo design, innovazione, creatività. È anche fabbriche e laboratori. Vi sono migliaia di operai, il cui lavoro va salvaguardato.
Ormai ho rinunciato da tempo a cercare di comprendere i percorsi mentali e i pensieri dell’autorità giudicante. Ciò che posso affermare è che la Cassazione ha interpretato fin troppo fiscalmente ed in maniera pignola la legge sul “Made in Italy”.
Ora, per disinnescare la portata potenzialmente eversiva della sentenza, il decreto sulla competitività dovrà intervenire per chiarire che la portata della tutela penale del “Made in Italy” deve essere allargata sino a tenere conto sia del luogo di produzione dei prodotti (concetto di origine), sia del produttore (concetto di provenienza).
di Alberto Grimelli
30 Aprile 2005 TN 17 Anno 3
Per la Suprema Corte è importante non il luogo di produzione ma l'identificazione del produttore. Quindi un’impresa che apponga la dicitura “Italia” e il tricolore su un manufatto realizzato in qualsiasi altro Paese non commette alcun illecito. Distrutto il lavoro di anni
di Alberto Grimelli
Le aziende italiane possono delocalizzare la produzione in Cina e altri Paesi applicando poi la dicitura “Italy” e il tricolore.
Per la Cassazione, ciò non viola la normativa della Finanziaria 2004 a tutela del “Made in Italy” perchè ciò che rileva non è il luogo di produzione del manufatto ma l'identificazione del produttore e la riconducibilità del prodotto all'azienda.
La decisione arriva in seguito al sequestro, da parte della polizia alla dogana di Napoli, di un lotto di tute, magliette e pantaloncini marcati “Italy” ma prodotti in Cina da un'impresa italiana, che secondo la polizia avrebbe così violato la normativa a tutela del prodotto nazionale.
La pronuncia della Cassazione (n. 3352/2005) ha fatto parlare di allentamento dei vincoli soprattutto per quanto riguarda la tutela dell'origine, concetto per la Suprema corte più ampio di quello di semplice provenienza che pure era stato tutelato penalmente dopo l'approvazione della Finanziaria 2004.
Vi sono poi le perplessità, espresse anche dall’Agenzia delle dogane, sul fatto che le norme puniscono anche “la fallace indicazione” di origine consistente in segni, simboli, figure che possano indurre il consumatore a ritenere che il prodotto sia di origine italiana. La norma è poco chiara perché c’è una grande varietà di situazioni concrete che comportano una analisi interpretativa dell’intenzione di spacciare per italiano un prodotto che non lo è.
Vero è che il legislatore non è perfetto, nè lo sono le leggi. Sono assolutamente migliorabili e perfezionabili.
Esatto che le norme lasciano ampi margini interpretativi, che speculatori e falsificatori hanno molte possibilità di aggirare i paletti e i vincoli posti dai regolamenti.
Uno dei compiti più rilevanti delle Autorità di controllo, come pure della magistratura, è proprio interpretare la volontà del parlamento, che, almeno in questo caso, è estremamente chiara.
Con la Finanziaria 2004 si intendeva proteggere, con un marchio di qualità, la produzione nazionale, che gode di prestigio su tutti i mercati internazionali per la cura e l’attenzione con cui è realizzata. L’Italia non è solo design, innovazione, creatività. È anche fabbriche e laboratori. Vi sono migliaia di operai, il cui lavoro va salvaguardato.
Ormai ho rinunciato da tempo a cercare di comprendere i percorsi mentali e i pensieri dell’autorità giudicante. Ciò che posso affermare è che la Cassazione ha interpretato fin troppo fiscalmente ed in maniera pignola la legge sul “Made in Italy”.
Ora, per disinnescare la portata potenzialmente eversiva della sentenza, il decreto sulla competitività dovrà intervenire per chiarire che la portata della tutela penale del “Made in Italy” deve essere allargata sino a tenere conto sia del luogo di produzione dei prodotti (concetto di origine), sia del produttore (concetto di provenienza).
di Alberto Grimelli
30 Aprile 2005 TN 17 Anno 3
martedì 5 maggio 2009
Cosa si nasconde dietro il made in Italy?
pubblico dal blog http://robinhood.it/madeinitaly/
un articolo interessante
“Anno zero” di Santoro ha messo in luce attraverso un report che ha ricevuto grossi complimenti dai presenti in studio, una realtà choc: quella di Prato, importante distretto tessile dove un’impresa su otto è controllata dai cinesi.
Naturalmente si tratta di realtà, quella di Prato come tante altre, che si vivono ormai nel nostro paese tutti i giorni, senza quindi nemmeno il bisogno di apprenderne i particolari attraverso la televisione, la quale fa comunque bene a riproporle come richiamo.
Una recente statistica elaborata da Il Sole 24 ha fornito alcuni dati sul fenomeno: le aziende che fanno capo ad imprenditori cinesi rappresentano il 12,5% del totale (un’azienda su otto parla cinese). Hanno un turnover del 60% contro il 15,7% delle italiane. Il giro d’affari è di 1,8 miliardi di cui un miliardo realizzato in nero. L’export rappresenta il 70% del fatturato.
I cinesi comprano i tessuti prevalentemente dalla Cina (quelli italiani sarebbero costosi) e hanno ormai un’organizzazione autonoma in quanto a trasporti e logistica. Il dato che colpisce maggiormente è il costo del lavoro per unità di prodotto, pari per le aziende cinesi al 42,7% contro il 73,2% del distretto tessile ufficiale. Il 46% dei contratti di lavoro dura nelle imprese cinesi meno di sei mesi. La chiusura di un’azienda è preceduta dalle dimissioni dei dipendenti. Meglio non parlare delle condizioni – anche igienico sanitarie –in cui i cinesi espletano il lavoro in fabbrica per ben sedici ore al giorno.
Grossa, come innanzi detto, l’evasione delle tasse (quella suii rifiuti raggiunge l’80%): un paradiso fiscale.
Il distretto tessile cinese non ha alcun punto di contatto con il distretto tessile pratese; d’altronde è molto difficile la coesistenza tra chi lotta giorno per giorno per non perdere punti di competitività e chi infrange tutte le regole e grazie a questo si arricchisce e continua ad espandersi nel nostro paese.
Il segreto di questa economia si basa quindi sul minore costo rispetto ai lavoratori italiani con una produttività migliore che in Cina, basata sul mancato rispetto delle regole. Il fenomeno sta proprio in questi aspetti: moda economica con la quale vengono inondati i mercati ispirandosi ai modelli delle grande sfilate, con l’aiuto di disegnatori italiani che garantiscono il gusto e l’esperienza necessari.
La prima domanda che ci si pone è la seguente: dove sono finiti i controlli? I cinesi, il cui insediamento nel nostro paese è incominciato negli anni 90, potrebbero pur concorrere allo sviluppo del nostro paese, rappresentando quindi un’opportunità e non un problema, a condizione che rispettino però le regole.
Un recente blitz dei carabinieri di Prato del 24 marzo scorso ha portato all’arresto di quattro imprenditori cinesi con le accuse di immigrazione clandestina e sfruttamento di manodopera straniera irregolare. Gli stessi sono stati anche denunciati per violazioni urbanistiche avendo creato numerose infrastrutture all’interno degli opifici.
La speranza – sarebbe tuttavia anche un diritto, soprattutto dei seri imprenditori italiani – è che il blitz non rimanga un fatto isolato è che le istituzioni incomincino ad eseguire finalmente gli auspicati controlli delle cennate illegali realtà, contribuendo quindi al rilancio del vero made in Italy, quello “by italian people”.
un articolo interessante
“Anno zero” di Santoro ha messo in luce attraverso un report che ha ricevuto grossi complimenti dai presenti in studio, una realtà choc: quella di Prato, importante distretto tessile dove un’impresa su otto è controllata dai cinesi.
Naturalmente si tratta di realtà, quella di Prato come tante altre, che si vivono ormai nel nostro paese tutti i giorni, senza quindi nemmeno il bisogno di apprenderne i particolari attraverso la televisione, la quale fa comunque bene a riproporle come richiamo.
Una recente statistica elaborata da Il Sole 24 ha fornito alcuni dati sul fenomeno: le aziende che fanno capo ad imprenditori cinesi rappresentano il 12,5% del totale (un’azienda su otto parla cinese). Hanno un turnover del 60% contro il 15,7% delle italiane. Il giro d’affari è di 1,8 miliardi di cui un miliardo realizzato in nero. L’export rappresenta il 70% del fatturato.
I cinesi comprano i tessuti prevalentemente dalla Cina (quelli italiani sarebbero costosi) e hanno ormai un’organizzazione autonoma in quanto a trasporti e logistica. Il dato che colpisce maggiormente è il costo del lavoro per unità di prodotto, pari per le aziende cinesi al 42,7% contro il 73,2% del distretto tessile ufficiale. Il 46% dei contratti di lavoro dura nelle imprese cinesi meno di sei mesi. La chiusura di un’azienda è preceduta dalle dimissioni dei dipendenti. Meglio non parlare delle condizioni – anche igienico sanitarie –in cui i cinesi espletano il lavoro in fabbrica per ben sedici ore al giorno.
Grossa, come innanzi detto, l’evasione delle tasse (quella suii rifiuti raggiunge l’80%): un paradiso fiscale.
Il distretto tessile cinese non ha alcun punto di contatto con il distretto tessile pratese; d’altronde è molto difficile la coesistenza tra chi lotta giorno per giorno per non perdere punti di competitività e chi infrange tutte le regole e grazie a questo si arricchisce e continua ad espandersi nel nostro paese.
Il segreto di questa economia si basa quindi sul minore costo rispetto ai lavoratori italiani con una produttività migliore che in Cina, basata sul mancato rispetto delle regole. Il fenomeno sta proprio in questi aspetti: moda economica con la quale vengono inondati i mercati ispirandosi ai modelli delle grande sfilate, con l’aiuto di disegnatori italiani che garantiscono il gusto e l’esperienza necessari.
La prima domanda che ci si pone è la seguente: dove sono finiti i controlli? I cinesi, il cui insediamento nel nostro paese è incominciato negli anni 90, potrebbero pur concorrere allo sviluppo del nostro paese, rappresentando quindi un’opportunità e non un problema, a condizione che rispettino però le regole.
Un recente blitz dei carabinieri di Prato del 24 marzo scorso ha portato all’arresto di quattro imprenditori cinesi con le accuse di immigrazione clandestina e sfruttamento di manodopera straniera irregolare. Gli stessi sono stati anche denunciati per violazioni urbanistiche avendo creato numerose infrastrutture all’interno degli opifici.
La speranza – sarebbe tuttavia anche un diritto, soprattutto dei seri imprenditori italiani – è che il blitz non rimanga un fatto isolato è che le istituzioni incomincino ad eseguire finalmente gli auspicati controlli delle cennate illegali realtà, contribuendo quindi al rilancio del vero made in Italy, quello “by italian people”.
martedì 21 aprile 2009
Tessile e Ambiente
Il distretto tessile pratese tra presente e futuro sostenibile (1)
di Renato Cecchi
FIRENZE. La società locale del distretto tessile pratese lotta per avere un futuro. La crisi, evidente da diversi anni, si è aggravata con il crollo della domanda mondiale. Già nel 2008 l´artigianato toscano del tessile registrò -7,7% del fatturato. Ma è l’export che dà gli esiti più negativi (Unioncamere e Unione Industriale pratese): la Provincia di Prato registra -9,0%. Cala anche il numero di addetti alle imprese artigiane, - 2,2% rispetto al 2007. Le previsioni sul fatturato per il I semestre 2009 sono pessime: il saldo tra più e meno passa dal -9% del I semestre 2008 al -33% del I semestre 2009.
Nel IV trimestre 2008 l´export manifatturiero perde il 10,9% (sul IV trimestre 2007), - 6,9% su base annua; anche la meccanica registra -8,5%. Questi i dati provinciali, quelli del distretto sono anche peggio: il tessile (2008 su 2007) perde il 12,3%, tessuti trama-ordito (-14,4%), filati (-2,3%), altri tipi di tessuti (-11,4%). Se questo è lo stato quantitativo delle cose il distretto industriale pratese non può che trovare risposte sul terreno della qualità di ciò che produce e come.
Lo sviluppo qualitativo di un territorio industriale (come ebbe a dire anni fa il professor Giacomo Becattini sul rapporto economia lavoro ambiente e autore, tra l’altro, in epoche non sospette, del saggio “Per un capitalismo dal volto umano” sottotitolo significativo “Critica dell’economia apolitica”, Torino 2004) significa sostanzialmente tre cose: rimanere innovativi sui mercati mondiali, condizioni di vita individuale e associata gradevoli su tutto il territorio, mantenere un ambiente storico-naturale capace di assorbire l’impatto dei processi produttivi senza scaricarli su
altri.
Ciò presuppone un’economia e un modello economico-sociale sostenibili, ove il binomio economico-sociale rispecchia valori e preferenze della società e la sostenibilità fornisce informazioni di natura prevalentemente ecologica: in buona sostanza il sistema sarà sostenibile se in grado di mantenere nel tempo la sua struttura organizzativa a fronte della scarsità delle risorse e delle perturbazioni esterne, mentre una economia può dirsi sostenibile se non compromette la capacità dell’ecosistema di cui fa parte e realizza prodotti (che incorporino sempre più “conoscenza” e comportamenti equilibrati tra impiego di fondi – capitale, lavoro, terra ricardiana – e impiego di flussi – risorse naturali, biodiversità, biosfera, ecc. – e meno materia-energia) senza depauperarsi né scaricare su altri, vicini o lontani, le conseguenze dell’attività, trasformativa. Cambiare, infine, il modello di consumo.
Ma c’è un problema: senza democrazia e rispetto delle regole Costituzionali non si dà la possibilità dello sviluppo sostenibile. In Italia la cosa si fa difficile, avendo scelto gli italiani una maggioranza politica “ademocratica” e un “capo” animato da pulsioni populiste e autoritarie oltre ad essere da sempre fortemente legato alla rendita immobiliare e finanziaria, monopolistica nelle comunicazioni, ecc.
FIRENZE. Nonostante il grave handicap nazionale costituito da un governo la cui capacità è costituita dalla finzione mediatica e dalla “corruzione” profonda, ancorché condivisa, dell’animo dei “sudditi”, la società locale pratese potrebbe avere in sé i numeri per provarci: non sarebbe neanche la prima volta. Tutto sembra remare contro, dalla crisi finanziaria e del sistema finanziario, dalla concorrenza da costi, dal tracollo della domanda, dall’assenza di una risposta unitaria alla crisi da parte dell’Ue che va in ordine sparso alla tenzone internazionale, annichilita dai propri totem neoliberisti che hanno fatto dei salari e dell’inflazione, del patto di stabilità a scapito della domanda veri e propri spauracchi mettendola, di colpo, in una posizione di retroguardia rispetto alle novità che vengono dagli Usa, ma anche dalla Cina.
Così, la sfida fondamentale che la società locale pratese si trova a dover affrontare, nelle peggiori condizioni possibili, pari solo a quelle della ricostruzione del secondo dopoguerra (dalla quale la differenzia però l’attuale mancanza di speranza nel futuro che l’idea stessa di ricostruzione, rinascita, portava con sé), riguarda in primo luogo quale tipo di economia, di sviluppo sociale e qualità ambientale essa voglia per i propri cittadini; in secondo luogo come affrontare, per vincere, la sfida della modernizzazione sociale imposta dal tracollo del liberismo, o meglio, dei sistemi economici a liberalizzazione forzata dei mercati, soprattutto finanziari, delle strutture sociali e dei sistemi di welfare, delle tutele ambientali e della salute (compresa quella alimentare), tenendo presente che, ovviamente, tra le due questioni esiste una stretta correlazione.
Una strategia valida può essere la scelta della qualità, cioè il cambiamento qualitativo: dell’ambiente, del lavoro, del sociale e dell’economia locale. Le ragioni di questa scelta stanno, da una parte, nel riferimento alla qualità della vita in regioni come la Toscana e, dall’altra, nella caducità del concetto di sviluppo e l’illusorietà di quello di crescita.
Il cambiamento qualitativo ha, invece, come paradigma l’abbandono del razionalismo economico basato sulla pulsione egoistica individuale, in quanto è essa che spinge l’economia alla crescita continua della produzione e dei consumi.
Perciò, l’individuazione di nuove basi per l’economia, propone un approccio trans-disciplinare al problema, confrontando la dimensione economica e sociale con quella biologica ed ecologica senza ridurre la dimensione ecologica a quell’economica, previo il chiarimento che Sviluppo Sostenibile consiste in una strategia di tipo economico, sociale e ambientale che fa dell’integrazione delle singole politiche l’asse fondamentale (in una visione sistemica che comporta l’esistenza di meccanismi d’autocorrezione o retroazione); ciò ne costituisce, indiscutibilmente, anche l’aspetto più valido.
di Renato Cecchi
FIRENZE. La società locale del distretto tessile pratese lotta per avere un futuro. La crisi, evidente da diversi anni, si è aggravata con il crollo della domanda mondiale. Già nel 2008 l´artigianato toscano del tessile registrò -7,7% del fatturato. Ma è l’export che dà gli esiti più negativi (Unioncamere e Unione Industriale pratese): la Provincia di Prato registra -9,0%. Cala anche il numero di addetti alle imprese artigiane, - 2,2% rispetto al 2007. Le previsioni sul fatturato per il I semestre 2009 sono pessime: il saldo tra più e meno passa dal -9% del I semestre 2008 al -33% del I semestre 2009.
Nel IV trimestre 2008 l´export manifatturiero perde il 10,9% (sul IV trimestre 2007), - 6,9% su base annua; anche la meccanica registra -8,5%. Questi i dati provinciali, quelli del distretto sono anche peggio: il tessile (2008 su 2007) perde il 12,3%, tessuti trama-ordito (-14,4%), filati (-2,3%), altri tipi di tessuti (-11,4%). Se questo è lo stato quantitativo delle cose il distretto industriale pratese non può che trovare risposte sul terreno della qualità di ciò che produce e come.
Lo sviluppo qualitativo di un territorio industriale (come ebbe a dire anni fa il professor Giacomo Becattini sul rapporto economia lavoro ambiente e autore, tra l’altro, in epoche non sospette, del saggio “Per un capitalismo dal volto umano” sottotitolo significativo “Critica dell’economia apolitica”, Torino 2004) significa sostanzialmente tre cose: rimanere innovativi sui mercati mondiali, condizioni di vita individuale e associata gradevoli su tutto il territorio, mantenere un ambiente storico-naturale capace di assorbire l’impatto dei processi produttivi senza scaricarli su
altri.
Ciò presuppone un’economia e un modello economico-sociale sostenibili, ove il binomio economico-sociale rispecchia valori e preferenze della società e la sostenibilità fornisce informazioni di natura prevalentemente ecologica: in buona sostanza il sistema sarà sostenibile se in grado di mantenere nel tempo la sua struttura organizzativa a fronte della scarsità delle risorse e delle perturbazioni esterne, mentre una economia può dirsi sostenibile se non compromette la capacità dell’ecosistema di cui fa parte e realizza prodotti (che incorporino sempre più “conoscenza” e comportamenti equilibrati tra impiego di fondi – capitale, lavoro, terra ricardiana – e impiego di flussi – risorse naturali, biodiversità, biosfera, ecc. – e meno materia-energia) senza depauperarsi né scaricare su altri, vicini o lontani, le conseguenze dell’attività, trasformativa. Cambiare, infine, il modello di consumo.
Ma c’è un problema: senza democrazia e rispetto delle regole Costituzionali non si dà la possibilità dello sviluppo sostenibile. In Italia la cosa si fa difficile, avendo scelto gli italiani una maggioranza politica “ademocratica” e un “capo” animato da pulsioni populiste e autoritarie oltre ad essere da sempre fortemente legato alla rendita immobiliare e finanziaria, monopolistica nelle comunicazioni, ecc.
FIRENZE. Nonostante il grave handicap nazionale costituito da un governo la cui capacità è costituita dalla finzione mediatica e dalla “corruzione” profonda, ancorché condivisa, dell’animo dei “sudditi”, la società locale pratese potrebbe avere in sé i numeri per provarci: non sarebbe neanche la prima volta. Tutto sembra remare contro, dalla crisi finanziaria e del sistema finanziario, dalla concorrenza da costi, dal tracollo della domanda, dall’assenza di una risposta unitaria alla crisi da parte dell’Ue che va in ordine sparso alla tenzone internazionale, annichilita dai propri totem neoliberisti che hanno fatto dei salari e dell’inflazione, del patto di stabilità a scapito della domanda veri e propri spauracchi mettendola, di colpo, in una posizione di retroguardia rispetto alle novità che vengono dagli Usa, ma anche dalla Cina.
Così, la sfida fondamentale che la società locale pratese si trova a dover affrontare, nelle peggiori condizioni possibili, pari solo a quelle della ricostruzione del secondo dopoguerra (dalla quale la differenzia però l’attuale mancanza di speranza nel futuro che l’idea stessa di ricostruzione, rinascita, portava con sé), riguarda in primo luogo quale tipo di economia, di sviluppo sociale e qualità ambientale essa voglia per i propri cittadini; in secondo luogo come affrontare, per vincere, la sfida della modernizzazione sociale imposta dal tracollo del liberismo, o meglio, dei sistemi economici a liberalizzazione forzata dei mercati, soprattutto finanziari, delle strutture sociali e dei sistemi di welfare, delle tutele ambientali e della salute (compresa quella alimentare), tenendo presente che, ovviamente, tra le due questioni esiste una stretta correlazione.
Una strategia valida può essere la scelta della qualità, cioè il cambiamento qualitativo: dell’ambiente, del lavoro, del sociale e dell’economia locale. Le ragioni di questa scelta stanno, da una parte, nel riferimento alla qualità della vita in regioni come la Toscana e, dall’altra, nella caducità del concetto di sviluppo e l’illusorietà di quello di crescita.
Il cambiamento qualitativo ha, invece, come paradigma l’abbandono del razionalismo economico basato sulla pulsione egoistica individuale, in quanto è essa che spinge l’economia alla crescita continua della produzione e dei consumi.
Perciò, l’individuazione di nuove basi per l’economia, propone un approccio trans-disciplinare al problema, confrontando la dimensione economica e sociale con quella biologica ed ecologica senza ridurre la dimensione ecologica a quell’economica, previo il chiarimento che Sviluppo Sostenibile consiste in una strategia di tipo economico, sociale e ambientale che fa dell’integrazione delle singole politiche l’asse fondamentale (in una visione sistemica che comporta l’esistenza di meccanismi d’autocorrezione o retroazione); ciò ne costituisce, indiscutibilmente, anche l’aspetto più valido.
giovedì 9 aprile 2009
Sequestrata azienda abusiva tessile a Brescia
Ecco la fabbrica dei cinesi. AbusivaIN VIA SAN ZENO. Una trentina di asiatici, per la metà irregolari, costretti a lavorare giorno e notte per produrre abbigliamento per conosciute aziende
gruppo "salviamo il tessile" su facebook
Si tratta del laboratorio più grande scoperto finora in città Rolfi: «Troppi clandestini. Necessario un centro a Brescia» 08/04/2009 e-mail print
A Una panoramica del laboratorio tessile scoperto ieri mattina alla periferia sud di Brescia dalla polizia locale. All’interno, adulti (clandestini), ma anche due bambini FOTOLIVE Brescia. Vivono come topi uno accanto all'altro, facendo a gara a chi lavora di più. A chi regge più ore davanti a una macchina per cucire che sforna uno dopo l'altro pantaloni e camicie.
Il settore notte è a pochi metri dal laboratorio, dove i polverosi e rumorosi macchinari rimangono attivi 24 ore su 24 e dove la luce non si spegne mai. Camerette alla buona. Materassi per terra, cartoni come mobili. Ci si fa da mangiare usando fornellini da campeggio o fornelli legati a bombole del gas, con tubature di fortuna. L'intimità? É garantita da pareti in cartone che fungono da divisorie. In pochi metri vivono a decine e si alternano al lavoro. Schiavi del terzo millennio. Lavoratori invisibili, perché clandestini che spesso nessuno vede o preferisce non vedere. Sono cinesi, lavorano per ditte italiane a pochi euro all'ora.
IERI MATTINA quattordici agenti della polizia locale, guidati dal comandante Roberto Novelli hanno fatto irruzione in via San Zeno 234, a poca distanza dal termoutilizzatore. Un laboratorio gestito da un cinese. Attivo da tempo, troppo tempo, ma nessuno se ne è mai accorto o lo ha segnalato. Tutto attorno telecamere per individuare estranei. In caso di allarme sarebbero stati nascosti i clandestini, più della metà degli operai presenti ieri.
IL BLITZ è riuscito. I vigili hanno trovato 24 cinesi nel capannone, ma molti di più - stando ai posti letto e alle macchine per cucire - lo utilizzavano. Tra i cinesi anche due bambini, figli di operai. Quattordici i cinesi irregolari; per loro scatterà l'espulsione, che molto probabilmente resterà sulla carta: rimarranno in Italia da clandestini e troveranno lavoro in un altro capannone tessile. La mafia cinese, ben radicata anche a Brescia, ha in mano il mercato della mano d'opera e tiene i contatti con chi ha bisogno di prodotti finiti, fatti bene e a buon mercato. Il titolare, un cinese residente ad Ascoli, in regola con i permessi, è stato denunciato per sfruttamento della mano d'opera clandestina.
Il capannone è stato sigillato; ora si cerca il proprietario, un bresciano che si trova a Santo Domingo. Non si era accorto di nulla, ma pare che il contratto d'affitto non sia in regola. L'uomo rischia la confisca dello stabile, come vuole la legge.
ANCHE FABIO ROLFI, a nome dell'Amministrazione comunale, ieri mattina era in via San Zeno. «Un ottimo intervento della polizia locale che ha sviluppato una segnalazione dei cittadini - ha affermato -. È stato scoperto il più grande laboratorio attivo a Brescia. Accertamenti sono in corso per stabilire le responsabilità e sapere per chi lavoravano questi cinesi». Sono state trovate diverse etichette di varie marche. Da accertare se si tratti di lavoro per conto terzi o di griffes false. Certo è che il businness legato ai capannoni tessili cinesi è ingente anche in tempi di crisi. Il vicesindaco Fabio Rolfi ha aggiunto che «massima è l'attenzione alle istanze dei cittadini» e «c'è volontà di perseguire con fermezza e determinazione ogni forma di supporto alla clandestinità e sfruttamento della medesima».
Alla domanda su che fine faranno i cinesi clandestini, Rolfi ha risposto: «Chi potrà essere espulso lo sarà. Per risolvere il problema dell'illegalità e della clandestinità serve con urgenza a Brescia un centro di accoglienza. Lo faremo», ha detto. Aggiungendo: «Non fatemi anticipare altro».
Franco Mondini
gruppo "salviamo il tessile" su facebook
Si tratta del laboratorio più grande scoperto finora in città Rolfi: «Troppi clandestini. Necessario un centro a Brescia» 08/04/2009 e-mail print
A Una panoramica del laboratorio tessile scoperto ieri mattina alla periferia sud di Brescia dalla polizia locale. All’interno, adulti (clandestini), ma anche due bambini FOTOLIVE Brescia. Vivono come topi uno accanto all'altro, facendo a gara a chi lavora di più. A chi regge più ore davanti a una macchina per cucire che sforna uno dopo l'altro pantaloni e camicie.
Il settore notte è a pochi metri dal laboratorio, dove i polverosi e rumorosi macchinari rimangono attivi 24 ore su 24 e dove la luce non si spegne mai. Camerette alla buona. Materassi per terra, cartoni come mobili. Ci si fa da mangiare usando fornellini da campeggio o fornelli legati a bombole del gas, con tubature di fortuna. L'intimità? É garantita da pareti in cartone che fungono da divisorie. In pochi metri vivono a decine e si alternano al lavoro. Schiavi del terzo millennio. Lavoratori invisibili, perché clandestini che spesso nessuno vede o preferisce non vedere. Sono cinesi, lavorano per ditte italiane a pochi euro all'ora.
IERI MATTINA quattordici agenti della polizia locale, guidati dal comandante Roberto Novelli hanno fatto irruzione in via San Zeno 234, a poca distanza dal termoutilizzatore. Un laboratorio gestito da un cinese. Attivo da tempo, troppo tempo, ma nessuno se ne è mai accorto o lo ha segnalato. Tutto attorno telecamere per individuare estranei. In caso di allarme sarebbero stati nascosti i clandestini, più della metà degli operai presenti ieri.
IL BLITZ è riuscito. I vigili hanno trovato 24 cinesi nel capannone, ma molti di più - stando ai posti letto e alle macchine per cucire - lo utilizzavano. Tra i cinesi anche due bambini, figli di operai. Quattordici i cinesi irregolari; per loro scatterà l'espulsione, che molto probabilmente resterà sulla carta: rimarranno in Italia da clandestini e troveranno lavoro in un altro capannone tessile. La mafia cinese, ben radicata anche a Brescia, ha in mano il mercato della mano d'opera e tiene i contatti con chi ha bisogno di prodotti finiti, fatti bene e a buon mercato. Il titolare, un cinese residente ad Ascoli, in regola con i permessi, è stato denunciato per sfruttamento della mano d'opera clandestina.
Il capannone è stato sigillato; ora si cerca il proprietario, un bresciano che si trova a Santo Domingo. Non si era accorto di nulla, ma pare che il contratto d'affitto non sia in regola. L'uomo rischia la confisca dello stabile, come vuole la legge.
ANCHE FABIO ROLFI, a nome dell'Amministrazione comunale, ieri mattina era in via San Zeno. «Un ottimo intervento della polizia locale che ha sviluppato una segnalazione dei cittadini - ha affermato -. È stato scoperto il più grande laboratorio attivo a Brescia. Accertamenti sono in corso per stabilire le responsabilità e sapere per chi lavoravano questi cinesi». Sono state trovate diverse etichette di varie marche. Da accertare se si tratti di lavoro per conto terzi o di griffes false. Certo è che il businness legato ai capannoni tessili cinesi è ingente anche in tempi di crisi. Il vicesindaco Fabio Rolfi ha aggiunto che «massima è l'attenzione alle istanze dei cittadini» e «c'è volontà di perseguire con fermezza e determinazione ogni forma di supporto alla clandestinità e sfruttamento della medesima».
Alla domanda su che fine faranno i cinesi clandestini, Rolfi ha risposto: «Chi potrà essere espulso lo sarà. Per risolvere il problema dell'illegalità e della clandestinità serve con urgenza a Brescia un centro di accoglienza. Lo faremo», ha detto. Aggiungendo: «Non fatemi anticipare altro».
Franco Mondini
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