domenica 13 gennaio 2013

Le banche prestano meno e a tassi piu' alti.


fonte: soldiblog.it


prestiti erogati dalle banche italiane a imprese e famiglie sono calati di 48,2 miliardi nell’anno appena trascorso, cioè il 3,15% in meno rispetto al 2011, passando da 1.533,3 a 1.485,1 miliardi di euro. Sono i numeri forniti dal Centro studi Unimpresa relativi al periodo che va da novembre 2011 a novembre 2012, lasso di tempo in cui in cui la Banca Centrale Europea ha investito più di 200 miliardi in larga parte in titoli di Stato italiani con la conseguenza di far salire lo stock dei nostri BOT e BTP a 140 miliardi di euro.
Secondo Adusbef e Federcomsumatori la BCE ha dato alle banche nostrane 274 miliardi di prestiti triennali al tasso di interesse dell’uno per cento, ma gli italiani nell’Eurozona sono sempre quelli che pagano di più per mutui e prestiti.
I tassi medi di interesse applicati dagli istituti di credito infatti sono i più alti e arrivano al doppio della media dei paesi dell’area euro, con un differenziale negativo di 137 punti base (era +67 a novembre 2011). E con il perdurare della crisi a beneficiare della stretta al credito è il racket dell’usura (qui i tassi del primo trimestre 2013). Le banche chiudono i rubinetti e gli strozzini vanno a nozze, con un giro d’affari annuo stimato in 20 miliardi di euro.
Il mese scorso la Commissione europea, proprio per far fronte alle difficoltà d’accesso ai normali canali creditizi, ha proceduto ad approvare i piani di ristrutturazione di altre 4 banche spagnole considerandoli compatibili con la normativa sugli aiuti di Stato. Stessa sorte in Italia per il Monte dei Paschi di Siena che ha beneficiato di un salvataggio per garantire la stabilità dell’intero sistema finanziario nazionale sempre da parte della Commissione europea la quale ha approvato una ricapitalizzazione di 3,9 miliardi per l’istituto di credito che dovrà presentare un valido piano di ristrutturazione.
Foto © TMNews

venerdì 11 gennaio 2013

Canapa, la fibra piu' ecologica.


Capannori: Gli agricoltori riprendono la coltivazione della canapa

CAPANNORI Quasi cento ettari coltivati a canapa. Accade tra le frazioni di S. Margherita e Pieve S. Paolo, dove due agricoltori si sono accodati al progetto lanciato da un’azienda di Bientina grazie ai finanziamenti della Regione. Il Comune ha fatto da tramite, ha organizzato un seminario e ora si gode il successo, per bocca dell’assessore all’ambiente Alessio Ciacci. «L’iniziativa ha avuto molto successo – dice – Tanti a partecipanti al seminario e dalla parole siamo passati subito ai fatti, con due agricoltori (Francesco Pracchia e Marco Paganelli) che inizieranno a coltivare la canapa dalla prossima primavera». La canapa in questione è la cannabis sativa, utilizzata per creare pannelli isolanti che vengono utilizzati nella costruzione delle case, ma anche materiale per realizzare mobili. Gli impianti per trasformare la canapa prodotta a Capannori si trovano a Bientina, dove la CanapaLithos Toscana ha la sua sede. Quello della canapa nella Piana è di fatto un ritorno. Coltivazione diffusissima soprattutto nei secoli scorsi e poi decaduta con il tempo e sotto la scure di leggi proibizionistiche, la cannabis sativa è ora pronta a tornare alla ribalta, in versione assolutamente eco-friendly. Della canapa, infatti, non si butta niente, come spiega lo stesso Ciacci. «Tutta la pianta viene utilizzata per realizzare i pannelli isolanti o il materiale per i mobili. Inoltre, la coltivazione non necessità di molta acqua, né di pesticidi. Infine, la canapa si inserisce perfettamente nella rotazione dei campi, perché restituisce al terreno sostanze preziose». Insomma, un prodotto che pare perfetto per rilanciare il settore agricolo di Capannori, tanto che l’assessore prevede un raddoppio dell’estensione delle coltivazioni tra un anno. Una scommessa che Ciacci vuole vincere. «Altri agricoltori hanno mostrato interesse e siamo certi che il progetto riscuoterà grande successo. Non ci sono rischi d’impresa e i costi sono minimi, mentre la resa è sicura. Non vedo perché non debba funzionare». Arianna Bottari – Il Tirreno