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giovedì 20 febbraio 2014

Proposta per il distretto tessile Pratese #1



Come mai Google non ci segnala ?
ovvero:
siamo o no un'eccellenza?

La propensione degli industriali , ma in generale degli imprenditori , pratesi e non , a stabilire strategie comuni per uscire da questa crisi complessa e strutturale , fa perdere di vista cose semplici che si possono fare Prato a partire da oggi a costo ZERO o quasi.

Affinchè cio' avvenga mi rivolgo in particolare, per questa proposta, ad Andrea Cavicchi , presidente dell'Unione Industriale Pratese nonchè del Museo del Tessuto .

Elenco di seguito il link dove dobbiamo apparire (magari alla C.C.I.A.A.è sfuggito) :


Di "sicuro" saranno sfuggite anche le dichiarazioni del CEO di Google Schmidt che vuole pesantemente investire sul Made Italy :


Il passo che si prospetta è piu' culturale che economico. 
Vogliamo continuare a far arricchire le griffes di moda o vogliamo uscire dal guscio?
L'atavico problema di bassa autostima che contraddistingue la classe imprenditoriale pratese,  puo' qualificarsi attraverso questo strumento fantastico che si chiama internet . 
Ma ci arriveremo con altre proposte.
Rimaniamo umili, andiamo un passo alla volta.

Nel distretto tessile individuo almeno 6 eccellenze da segnalare:

  • meccanotessile
  • tessuti cardati da lana rigenerata (meccanica)
  • tessuti e filati di alta qualità
  • filati cardati
  • filati da aguglieria (per il fatto a mano)
  • l'intera filiera tessile (filature,tintorie,rifinizioni,tessiture etc)


si fa ?

Massimo Signori
signa@hotmail.it






venerdì 11 gennaio 2013

Canapa, la fibra piu' ecologica.


Capannori: Gli agricoltori riprendono la coltivazione della canapa

CAPANNORI Quasi cento ettari coltivati a canapa. Accade tra le frazioni di S. Margherita e Pieve S. Paolo, dove due agricoltori si sono accodati al progetto lanciato da un’azienda di Bientina grazie ai finanziamenti della Regione. Il Comune ha fatto da tramite, ha organizzato un seminario e ora si gode il successo, per bocca dell’assessore all’ambiente Alessio Ciacci. «L’iniziativa ha avuto molto successo – dice – Tanti a partecipanti al seminario e dalla parole siamo passati subito ai fatti, con due agricoltori (Francesco Pracchia e Marco Paganelli) che inizieranno a coltivare la canapa dalla prossima primavera». La canapa in questione è la cannabis sativa, utilizzata per creare pannelli isolanti che vengono utilizzati nella costruzione delle case, ma anche materiale per realizzare mobili. Gli impianti per trasformare la canapa prodotta a Capannori si trovano a Bientina, dove la CanapaLithos Toscana ha la sua sede. Quello della canapa nella Piana è di fatto un ritorno. Coltivazione diffusissima soprattutto nei secoli scorsi e poi decaduta con il tempo e sotto la scure di leggi proibizionistiche, la cannabis sativa è ora pronta a tornare alla ribalta, in versione assolutamente eco-friendly. Della canapa, infatti, non si butta niente, come spiega lo stesso Ciacci. «Tutta la pianta viene utilizzata per realizzare i pannelli isolanti o il materiale per i mobili. Inoltre, la coltivazione non necessità di molta acqua, né di pesticidi. Infine, la canapa si inserisce perfettamente nella rotazione dei campi, perché restituisce al terreno sostanze preziose». Insomma, un prodotto che pare perfetto per rilanciare il settore agricolo di Capannori, tanto che l’assessore prevede un raddoppio dell’estensione delle coltivazioni tra un anno. Una scommessa che Ciacci vuole vincere. «Altri agricoltori hanno mostrato interesse e siamo certi che il progetto riscuoterà grande successo. Non ci sono rischi d’impresa e i costi sono minimi, mentre la resa è sicura. Non vedo perché non debba funzionare». Arianna Bottari – Il Tirreno

sabato 29 dicembre 2012

Lettera Aperta al Vescovo di Prato Mons.Agostinelli




                                                                                                             Prato, 27 dicembre 2012

Lettera Aperta,

A Sua Eccellenza Mons. Franco Agostinelli, Vescovo di Prato,
chi Le scrive è moglie di un lavoratore dipendente di un rilevante gruppo tessile della val di bisenzio, la cosiddetta "vallata",  in tutto circa 105 dipendenti, suddivisi in varie società, di cui però, l'unico riferimento è sempre stato solo e soltanto l'amministratore delegato.

Mi prendo tutta la responsabilità per questa mia iniziativa che comunque chiede di rendere voce a chi non ne ha più.

Mi rendo  conto delle difficoltà e le problematiche che in questo periodo si fanno pressanti e dolorose per tante persone MA voglio  far riflettere su alcuni punti importanti e fondamentali che vivono ANCORA nella nostra Costituzione e che sono sacrosanti ed inviolabili.
I nostri nonni, i nostri padri hanno combattuto, si sono battuti perché credevano di poter riuscire a costruire un mondo migliore, cercando di demolire i "baratri" immensi tra i ceti, basandosi su  uguaglianza, diritti, solidarietà e tutela nei confronti dei più deboli.
Adesso ci ritroviamo in una società che non ci rappresenta più, dove questi principi vengono meno, l'egoismo e l'indifferenza prendono il sopravvento, dove gli unici Credo sono il Dio denaro e la supremazia ( la nostra città, unica nel suo genere, riuscì per breve tempo ad unire tutte le forze pubbliche e private del suo distretto tessile in una manifestazione di grande risonanza "Prato non deve chiudere" e fu un'esperienza che durò l'attimo di un lampo a ciel sereno) è come se una guerra o uno "tsunami" avessero distrutto, non solo, quello che faticosamente abbiamo costruito in vari anni di lavoro onesto ma anche la nostra società impoverendola nella coscienza e negli animi.

Sua Eccellenza,
 è doloroso dire che ci sono dipendenti di serie c,  alcuni dipendenti di questo gruppo non avranno diritto ad avere alcuna forma di ammortizzatori perché la società  è suddivisa in "ditte satelliti", due di queste non raggiungono i 15 dipendenti e sono fuori da ogni gioco, 40enni, 60enni si troveranno all'improvviso senza nessuna tutela.
 Il mio pensiero è comunque rivolto anche a tutte quelle persone che stanno vivendo momenti bui e senza speranza, disoccupati, cassa-integrati, dipendenti a tempo determinato, giovani laureati e non, commercianti, artigiani che non vedono un futuro e mi viene in mente come qualche tempo fa il nostro Presidente della Repubblica Napolitano intervenne affinché TRE operai della FIAT venissero riassunti in fabbrica.............

Mi rivolgo a Lei Sua Eccellenza,
dopo aver sentito il Suo discorso a conclusione della S. Messa in Duomo per i festeggiamenti di S. Stefano e francamente mi sono sentita all'unisono con quel che stava dicendo rivolgendosi soprattutto ai nostri politici, ai nostri imprenditori e con l'occasione voglio ricordare che poco meno di un anno fa all'amministratore di questo gruppo è stato consegnato lo Stefanino d'Oro, di cui quest'anno è Lei a rappresentare la grandezza, l'importanza e l'etica di un premio ambito da molti imprenditori della nostra città .
Mi chiedo come, all'improvviso e così in brevissimo tempo, la realtà lavorativa di questi dipendenti abbia avuto un tracollo tale da non poter proseguire il  lavoro, che voglio ricordare, è riconosciuto come innovativo e rivolto soprattutto nel campo della ricerca e sviluppo, un fiore all'occhiello della nostra città. Sono certa che chi  amministra questa società cerca in tutti i modi di risollevare la sua  impresa, forse sta lottando contro i mulini a vento? Sicuramente avrà commesso degli sbagli per ridursi a dover chiedere aiuto e dispiace pensare che una realtà produttiva come questa possa diventare un ricordo di un passato glorioso..........
Un'ultima riflessione è quella che molte persone non credono  più alle favole, ai cosiddetti "tavoli aperti" dai politici e dalle associazioni dove le parole sono uguali ai silenzi. PRETENDERE ed ESIGERE ciò che è sancito nel primo articolo della nostra Costituzione DEBBA essere salvaguardato è un diritto/dovere di NOI italiani,  TUTTI pronti a rimboccarsi le maniche per far sì che questo sia uno dei perni fondamentali della nostra esistenza.
Con questa mia lettera aperta faccio appello alla Sua sensibilità e condivisione e che con un Suo intervento possa SVEGLlARE le coscienze dei dirigenti politici e non della nostra città, che quel "PRATO NON DEVE CHIUDERE" torni ad essere ATTUALE e VIVO.

Manuela Biliotti                                       
3286739009

martedì 20 novembre 2012

Indossiamo vestiti al veleno ?

Vi invitiamo a leggere questo articolo apparso su www.giornalettismo.com


Indossiamo vestiti al veleno?

20/11/2012 - La denuncia nel rapporto internazionale di Greenpeace_ "Toxic Threads - The Fashion Big Stitch-Up"

Indossiamo vestiti al veleno?

Le grandi catene di moda vendono indumenti contaminati da sostanze chimiche pericolose che possono alterare il sistema ormonale dell’uomo o che, se rilasciate nell’ambiente, possono diventare cancerogene. È la denuncia pubblicata nel rapporto internazionale “Toxic Threads – The Fashion Big Stitch-Up” che Greenpeace lancia oggi da Pechino con una sfilata shock. Le analisi chimiche eseguite da Greenpeace su 141 articoli dei 20 principali brand di moda (Benetton, Jack & Jones, Only, Vero Moda, Blažek, C & A, Diesel, Esprit, Gap, Armani, H & M, Zara, Levi, Victoria ‘s Secret, Mango, Marks & Spencer, Metersbonwe, Calvin Klein, Tommy Hilfiger e Vancl) dimostrano il collegamento tra gli impianti di produzione tessile – principali responsabili dell’avvelenamento dei corsi d’acqua – e la presenza di sostanze chimiche pericolose nei prodotti finali.
VITTIME INCONSAPEVOLI – “Vendendo prodotti contaminati da sostanze chimiche pericolose, le marche più famose del fashion ci stanno trasformando in vittime inconsapevoli della moda che inquina. Le sostanze trovate da Greenpeace, infatti, contribuiscono all’inquinamento dei corsi d’acqua in tutto il mondo, sia durante la produzione che nel lavaggio domestico” – spiega Li Yifang, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Asia orientale. Per ogni marca, uno o più articoli analizzati contengono NPE (composti nonilfenoloetossilati) che possono rilasciare i corrispondenti nonilfenoli, pericolosi perché in grado di alterare il sistema ormonale dell’uomo. I livelli più alti, superiori a 1ppm, sono stati trovati per i marchi ZARA, Metersbonwe, Levi’s, C & A, Mango, Calvin Klein, Jack & Jones e Marks & Spencer (M & S). Per ZARA, inoltre, quattro dei capi analizzati risultano contaminati da alti livelli di ftalati tossici, e altri due presentano tracce di un’ammina cancerogena derivante dai coloranti azoici. “In qualità di più grande rivenditore al mondo di abbigliamento, ZARA deve adottare con urgenza un piano ambizioso e trasparente per eliminare le sostanze tossiche dalle sue filiere di produzione” – afferma Martin Hojsik, coordinatore della campagna Detox di Greenpeace International.
LA PETIZIONE DI GREENPEACE - Per convincere l’azienda spagnola a ripulire la filiera produttiva, Greenpeace lancia oggi una petizione a livello mondiale su www.greenpeace.org/italy/zara I capi d’abbigliamento analizzati sono stati prodotti soprattutto nel Sud del mondo con fibre artificiali e naturali. Essi comprendono jeans, pantaloni, t-shirt, abiti e biancheria intima disegnati per uomini, donne e bambini. I processi di produzione del settore mondiale del tessile utilizzano sostanze chimiche pericolose che viaggiano nei prodotti tessili dai siti di produzione a quelli di consumo. Ad oggi non esistono informazioni sui possibili problemi sanitari per chi indossa questi prodotti. Greenpeace chiede ai marchi dell’abbigliamento di impegnarsi ad azzerare l’utilizzo di tutte le sostanze chimiche pericolose entro il 2020 – come già hanno fatto alcuni importanti marchi tra cui H&M e M&S – e di imporre ai loro fornitori di rivelare alle comunità locali i valori di tutte le sostanze chimiche tossiche rilasciate nelle acque dai loro impianti.


mercoledì 19 maggio 2010

Made in Italy Legge 55/10 : Accordo con L'Europa

Made in Italy/ Urso: Con accordo su tessile successo per Italia
Sprint finale per arrivare a regolamento su 'made in' entro 2010
postato -31465564 sec fa da APCOM


Roma, 18 mag. (Apcom) - "Il via libera del parlamento europeo al regolamento sul 'made in' per il tessile, ottenuto a larga maggioranza, 528 voti favorevoli è un successo del Sistema Italia". E' quanto afferma Adolfo Urso vice ministro allo Sviluppo economico con delega al Commercio estero, secondo cui "con il voto di oggi, ottenuto grazie all'impegno dell'europarlamentare Lara Comi e del vicepresidente Ue Antonio Tajani, l'obbligo di etichettatura sulle merci in ingresso nell'Unione Europea è sempre più vicino".

"Quello di oggi può essere davvero - conclude Urso - lo sprint finale per arrivare al regolamento sul 'made in' entro l'anno. Un successo della caparbietà italiana, del suo sistema industriale e del suo governo".

mercoledì 12 maggio 2010

Made in Italy Legge 55/10 approvata in data 8 Aprile 2010

La legge bi-partisan denominata Reguzzoni - Versace è finalmente entrata in vigore con le opportuno modifiche rispetto a come era stata proposte.

Le mie considerazioni da un punto di vista "tessile" e di politica locale dato che questa legge si occupa del mio lavoro e del mio territorio.

Come potete vedere dal file allegato il comma 4 dell'articolo 1 indica che un capo tessile per essere etichettato "made in Italy" deve aver subito 2 delle lavorazioni indicate nel comma 5 nel territorio nazionale.

Queste lavorazioni sono filatura,tessitura,nobilitazione dei tessuti, confezione.
Le altre due lavorazioni devono essere "tracciabili".

Queste regole tendono a favorire due tipologie di aziende:

1) Le aziende che hanno delocalizzato parte della loro produzione
2) Le aziende del distretto parallelo pratese.

Un'azienda che produce filato in Romania e che ha la tessitura in Ucraina puo' prendere il tessuto greggio da lei prodotto farlo tingere e rifinire in Italia (nobilitazione) e confezionarlo in Italia affinchè questo sia riconosciuto Made In Italy.

A Prato invece questa vicenda raggiunge il paradosso. La Lega Nord locale fa della lotta "al cinese" una bandiera per accaparrarsi voti. A livello nazionale invece fa questa legge (Reguzzoni -Lega Nord) che favorisce di fatto il distretto "parallelo pratese".

A Prato esistono due tipi di distretti : quello storico fatto di miriadi di aziende che producono un semiprodotto (tessuto,filato etc) e il distretto italo-cinese che si occupa dei capi di abbigliamento.
Solo in parte questi due distretti vengono a contatto.

Il primo distretto storico ha risentito di tre eventi contemporanei che ne hanno determinato la crisi:

1) La fine dell'accordo Multifibre che nel 2005 faceva cadere il "muro" delle quote d'importazione
2) Il crollo della valuta statunitense che ne ha determinato il crollo degli ordini dall'estero.
3) Minor numero di clienti interessati al prodotto pratese ma di dimensioni sempre piu' grosse . Mi riferisco ad aziende tipo TkMaxx, C&A , Marks & Spencer, Target etc che impongono prezzi sempre piu' bassi contando su un eccesso di offerta del prodotto.

Il distretto "cinese" si è insediato sostituendo il distretto italiano dei "prontisti" di Tavola . Da lì sta diventanto il piu' grosso distretto per l'abbigliamento a livello europeo. Un "made in Italy" a costo cinese dato che queste aziende sfruttano il lavoro illegale e infinito che fornisce il LAOBAN.
A partire da ottobre sfrutteranno anche questo "regalo" che sta offrendo la nuova legge.
Compreranno tessuto greggio, faranno rifinire a Prato e confezioneranno nelle loro aziende.

Rimarrebbe lo spazio per un un tessile di nicchia dove tutte e 4 le lavorazioni indicate sono fatte in Italia. Un marchio che riconoscesse il prodotto veramente italiano...ma questa è un'altra storia


Testo della Legge 55

lunedì 11 maggio 2009

Prodotto in Cina quindi Made in Italy

ANCHE SE PRODOTTO IN CINA RESTA MADE IN ITALY. SCONCERTANTE DECISIONE DELLA CASSAZIONE
Per la Suprema Corte è importante non il luogo di produzione ma l'identificazione del produttore. Quindi un’impresa che apponga la dicitura “Italia” e il tricolore su un manufatto realizzato in qualsiasi altro Paese non commette alcun illecito. Distrutto il lavoro di anni

di Alberto Grimelli

Le aziende italiane possono delocalizzare la produzione in Cina e altri Paesi applicando poi la dicitura “Italy” e il tricolore.
Per la Cassazione, ciò non viola la normativa della Finanziaria 2004 a tutela del “Made in Italy” perchè ciò che rileva non è il luogo di produzione del manufatto ma l'identificazione del produttore e la riconducibilità del prodotto all'azienda.
La decisione arriva in seguito al sequestro, da parte della polizia alla dogana di Napoli, di un lotto di tute, magliette e pantaloncini marcati “Italy” ma prodotti in Cina da un'impresa italiana, che secondo la polizia avrebbe così violato la normativa a tutela del prodotto nazionale.

La pronuncia della Cassazione (n. 3352/2005) ha fatto parlare di allentamento dei vincoli soprattutto per quanto riguarda la tutela dell'origine, concetto per la Suprema corte più ampio di quello di semplice provenienza che pure era stato tutelato penalmente dopo l'approvazione della Finanziaria 2004.

Vi sono poi le perplessità, espresse anche dall’Agenzia delle dogane, sul fatto che le norme puniscono anche “la fallace indicazione” di origine consistente in segni, simboli, figure che possano indurre il consumatore a ritenere che il prodotto sia di origine italiana. La norma è poco chiara perché c’è una grande varietà di situazioni concrete che comportano una analisi interpretativa dell’intenzione di spacciare per italiano un prodotto che non lo è.

Vero è che il legislatore non è perfetto, nè lo sono le leggi. Sono assolutamente migliorabili e perfezionabili.
Esatto che le norme lasciano ampi margini interpretativi, che speculatori e falsificatori hanno molte possibilità di aggirare i paletti e i vincoli posti dai regolamenti.
Uno dei compiti più rilevanti delle Autorità di controllo, come pure della magistratura, è proprio interpretare la volontà del parlamento, che, almeno in questo caso, è estremamente chiara.
Con la Finanziaria 2004 si intendeva proteggere, con un marchio di qualità, la produzione nazionale, che gode di prestigio su tutti i mercati internazionali per la cura e l’attenzione con cui è realizzata. L’Italia non è solo design, innovazione, creatività. È anche fabbriche e laboratori. Vi sono migliaia di operai, il cui lavoro va salvaguardato.
Ormai ho rinunciato da tempo a cercare di comprendere i percorsi mentali e i pensieri dell’autorità giudicante. Ciò che posso affermare è che la Cassazione ha interpretato fin troppo fiscalmente ed in maniera pignola la legge sul “Made in Italy”.

Ora, per disinnescare la portata potenzialmente eversiva della sentenza, il decreto sulla competitività dovrà intervenire per chiarire che la portata della tutela penale del “Made in Italy” deve essere allargata sino a tenere conto sia del luogo di produzione dei prodotti (concetto di origine), sia del produttore (concetto di provenienza).
di Alberto Grimelli
30 Aprile 2005 TN 17 Anno 3